Ricevendo sempre più spesso contenuti creati da macchine ascoltiamo osservazioni di paura, lamentele, accuse, prese di posizione contro l’uso e il consumo delle nuove tecnologie. Eppure quello che veramente e purtroppo non cambia, quando dovrebbe, come in questo caso, è l’atteggiamento e la nostra disposizione generale verso le cose e il mondo.

Sembra che la scorciatoia, determinata dalla paura o dalla fretta (o da entrambe), verso la ricerca di “Una cosa nella quale credere” sia proprio una necessità scritta nel nostro DNA.

Queste “Credenze” poi non sono espresse come tali, non sono vissute, non hanno spessore, non sono “vere credenze”; quali scorciatoie o reazioni interiori devono solo essere sostenute per il tempo che serve ad argomentazioni ed energiche rappresentazioni, finché il sintomo non è stato attenuato.

Mi chiedo allora a quali altezze o a quale profondità? Quali attitudini ed emozioni dipingono la realtà?

Oggi mi aiuta Hesse, ad esplorare queste domande, spero ispiri anche voi.

Tratto da “Il giuoco delle perle di vetro” di Hermann Hesse:

“Ricòrdati: uno può essere un logico o grammatico rigoroso e nello stesso tempo esser pieno di fantasia e di musica.

Uno può essere musicante o giocatore di perle ed esser tutto compreso della legge e dell’ordine.

L’uomo che noi intendiamo e vogliamo che aspiriamo a diventare, potrebbe ogni giorno scambiare la sua scienza o la sua arte con qualunque altra, farebbe rifulgere nel Giuoco delle perle la logica più cristallina e nella grammatica la fantasia più creativa.

Tali dovremmo essere, in qualsiasi momento si dovrebbe poterci mettere in un altro posto senza opposizione o smarrimenti da parte nostra.»

«Credo di capire» osservò Knecht. «Ma coloro che hanno così forti predilezioni e avversioni non sono forse le nature più appassionate, mentre le altre sono le più dolci e tranquille?»

«Sembra esatto, eppure non lo è» rise il Maestro. «Per essere bravi a tutto e non far torto a nulla, non occorre certamente un meno di slancio, di calore, di energia psichica, ma un più.

Quella che tu chiami passione non è energia psichica, bensì attrito fra l’anima e il mondo esterno. Dove la passionalità è dominante non vi è un più di desiderio e di aspirazione, ma essa è diretta a una meta falsa e isolata, donde la tensione e la pesantezza dell’atmosfera.

Chi dirige la suprema energia del desiderio verso il centro, verso il vero essere, verso la perfezione, appare più calmo dell’appassionato perché sempre si vede la fiamma del suo ardore, perché ad esempio nel disputare non grida e non agita le braccia. Io però ti dico: egli deve infuocarsi e ardere!»

Alla luce di questo brano di Hesse, mi chiedo dove sarei ora se l’immagine “perfetta” che abitava nella mia mente non fosse stata fatta a pezzi. Se quel disegno che a suo modo raccontava un senso e dava una direzione non avesse smesso di farlo e se uno nuovo non avesse preso il suo posto. Un nuovo disegno dove “le antitesi sono poli di unità”. Il dolore una volta intenso e insopportabile per la perdita di un’identità ora produce gratitudine per la nuova forma. Non è il dolore in sé ma cosa produce in noi, cosa porta e cosa insegna, come ci trasforma. Verità, trasformazione, amore, vita, unità, sono sinonimi che si presentano con tale solennità da fermare per un istante il tempo e in quell’attimo richiedono un riconoscimento assoluto, allo stesso modo in cui si sta alla presenza di un re, o davanti all’inevitabilità delle circostanze o della morte.

Chi si è soffermato in quel pericoloso spazio con quale leggerezza potrà dimenticare l’intensità di ciò che è reale e tornare a lasciarsi ingannare dalle illusioni?

Il male più grande è la promozione di dibattiti e attività che vogliono dare una misura al valore della vita. Se il nostro problema è definire il giusto confine fra le diverse categorie di barbarie che la guerra continua a manifestare c’è un problema enorme di fondo. In questi casi le definizioni non sono termini di conoscenza e strumenti di giustizia ma fughe, e come tutte le fughe sono cariche di paura e alimentano la separazione. Chi trae profitti dalla guerra ha bisogno tanto di definizioni, quanto di colpe, di limiti superati, di narrazioni a sostegno portate avanti da anni, decenni e secoli e vive nel terrore di un futuro che sfugga alla sua logica. Il passato in questo modo diventa un’arma di potere, il presente un oggetto di analisi e giudizio continuo, l’altro uno schiavo o un nemico. Questi sono i termini violenti del discorso pubblico che oggi promuovono le agenzie del potere, in modo così efficace da farle replicare nella quotidianità dei dialoghi a livello individuale. A livello delle piccole comunità questo è distruttivo. A livello individuale crea degli zombie. Una minaccia costante a ciò che è autentico, vero e naturale.

La cultura, il dialogo pubblico, l’educazione in tempi di guerra non sono i terreni produttivi e fecondi dell’umanità, del suo benessere e della sua crescita, anche questi diventano territori di conquista da modellare e convertire a scopo di lucro.

Da questa riflessione emerge spontaneo un nuovo modo di ascoltare che deve essere capace di andare oltre quello che appare, capace di dirigersi verso il centro della realtà.

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